Manifestazioni LA FORGIATURA 1/3
  • Bianca della brochure realizzata per la manifestazione

  • Volta della brochure realizzata per la manifestazione

Nel cuore del paese ha sempre pulsato un'arte antica quanto l'acciaio il cui battito era cadenzato dal caratteristico suono del martello sull'incudine. Oggi questo battito non risuona più nei vicoli, ma il ricordo della forgiatura rivive ancora oggi in quella che è diventata una delle manifestazioni di maggior pregio nel panorama degli eventi estivi che si possono ammirare a Frosolone. Assistere a questa lavorazione riporta lo spettatore all’epoca preindustriale e ad un contesto, fatto di strumenti azionati a mano, di forza delle braccia (foto 1), di segreti nei modi della tempra e nelle tecniche di battuta del martello sull'acciaio rovente.

Se si volesse trovare un parallelismo in natura che potesse descrivere l'evoluzione dei lavori dei nostri maestri artigiani bisognerebbe richiamarsi alla metamorfosi del bruco (barra di acciaio) che passando per la fase della crisalide (tempera) si trasforma in bellissima farfalla (forbici e coltelli). E', forse, l'unico momento per conoscere o riscoprire l'antica e difficile arte del forgiar lame, che conduce lo spettatore vicino alle tecniche per realizzare un oggetto di uso domestico come la forbice, o utile nel lavoro come un coltello o necessario in battaglia come una spada. Sono secoli che questo antico mestiere passando di mano in mano, di generazione in generazione, fra le famiglie dei Frosolonesi ha assicurato la fonte della loro sopravvivenza.

Ogni bottega e quindi la famiglia ad essa collegata, aveva costruito la propria fama e fonte di sopravvivenza nelle capacità dimostrate nel realizzare con maggiore maestria un determinato prodotto avendo cura di celare con riservatezza ogni più ricercato segreto delle lavorazioni. Oggi, nonostante il progresso e l'innovazione tecnologica, i nostri artigiani sono ancora abilissimi nel costruire forbici e coltelli con pochi ma essenziali strumenti di lavoro.

A quanti avessero la fortuna di soffermarsi a dialogare con qualcuno di quei pochi “maestri” ormai anziani, verrebbe ricordato il contesto in cui si lavorava nelle piccole botteghe ricavate nei locali disposti al pianterreno di ogni abitazione e che l'unità di misura dei prodotti ottenuti fosse la “dozzina” (duzzana) e come tale unità di misura, a fine giornata, qualificasse il più abile degli artigiani. La bottega (la p’teca) (foto 2 e 3) era caratterizzata da minuti e grandi strumenti realizzati a volte dallo stesso artigiano ed era basata soprattutto sul lavoro del capofamiglia (ru mastr’ curt’llar’) e degli apprendisti (l’arzon’) legati per parentela o amicizia stretta al titolare dell'attività.  Ognuno aveva un ruolo ben preciso, anche le donne erano delegate alla realizzazione dei ganci (catenielle) o a pulire (stuià) le varie parti che componevano le forbici, i coltelli o le falci.

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