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Alcune parole hanno subito minori alterazioni, ad esempio: jele,
ierva, fiere, viente, diente (plurale), che
corrispondono a hielo, hierba, tempo, fierro, viento, dientes.
Altre sono praticamente identiche ai corrispondenti termini spagnoli,
anche nella grafica, che nella pronuncia, ad esempio: manteca,
mantiglia, crianza, criatura.
Si possono richiamare due costrutti propri della lingua spagnola: l’uso
della preposizione “a” davanti ad un complemento oggetto, quando questo si
riferisce ad una persona (es. và a chiamà a fràtte); in secondo
luogo l’inversione, rispetto all’italiano, delle particelle pronominali.
Le vocali e le relative pronunce sono le seguenti:
- “a”: acquista un suono misto “ea” (stanne, pron. “stieanne”)
- “e”: non va pronunciata, e le va dato un suono simile alla “e muta”
francese (es. freccecarelle, pron. “fr’cc’carell’”)
- “g”: va pronunciata come una “h” aspirata (es. guantiera, pron. “huantirea”)
- “s”: va pronunciata “sc” dando alla “c” un suono dolce, come nella
parola “cachemire” (es. stravise, pron. “sctravis”)
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