UN VIAGGIO NELLA STORIA
di Pasquale De Lisio

LA TRAGEDIA DI MONONGAH

Monongah è una piccola cittadina mineraria del West Virginia, teatro del più grave disastro della storia mineraria degli Stati Uniti. I dati ufficiali parlarono di 361 minatori morti, 171 dei quali italiani. In realtà le vittime furono molte di più. Il Molise è la regione che ha pagato il tributo più alto.

6 dicembre 1907, San Nicola di Bari.

Ore 10,25: le miniere di carbone numero 6 e 8 della compagnia Fairmont Coal Company furono scosse da una serie di potenti esplosioni. Il giorno precedente le miniere erano rimaste chiuse e per risparmiare energia furono spenti gli aeratori: questo, secondo alcuni ricercatori, avrebbe determinato l'accumulo di gas alla base dell'esplosione.
In pochi minuti centinaia di minatori vennero travolti, schiacciati nel crollo dei tunnel, bruciati dalle fiamme, soffocati dal fumo. Non ci furono superstiti, que
sta è l'unica cosa certa mentre, a distanza di un secolo, non è ancora possibile stabilire il numero esatto delle vittime a causa soprattutto del fatto che presso le miniere era in uso il "buddy system": la paga non era legata alle ore effettivamente lavorate ma alla quantità di carbone portato in superficie, cosicché per estrarre più carbone i minatori si avvalevano dell'aiuto di almeno altre tre persone, molto spesso i propri figli, bambini e ragazzi che non risultavano scritti sul libro paga della Società.
Per questo la maggior parte dei morti in quell'orribile deflagrazione sono rimasti ignoti non essendo registrati all'ingresso in miniera. Secondo documenti della compagnia mineraria quella mattina sarebbero entrati nelle miniere 478 minatori e 100 addetti ad attività accessorie.
Dapprima si parlò di 361 vittime, poi di oltre 500; di 620, stando alla testimonianza di un addetto alle sepolture del Municipio di Monongah, ma poi, secondo i resoconti giornalistici dell'epoca e le molteplici testimonianze che si sono avute, il numero di vittime sembra superare il numero di 900 (956 secondo un giornale del 9 marzo 1908).
In ogni caso quella di Monongah fu la sciagura mineraria che determinò il maggior numero di vittime italiane, più ancora di quella belga di Marcinelle dell'8 agosto 1956, che fece registrare 262 vittime, di cui 136 italiane.
A causa della mancanza di adeguati respiratori ai componenti delle squadre di soccorso fu impossibile resistere all'interno della miniera per più di 15 minuti consecutivi. Alcuni perirono durante il loro intervento.
La camera ardente fu allestita nell'edificio della First National Bank della città. Centinaia di bare furono allineate di fronte all'edificio, nel corso principale della città.
La Fairmount Coal Company fece in modo che le famiglie dei caduti potessero continuare ad abitare gratuitamente nelle case della Compagnia fino a quando non si trovavano nuove destinazioni. Il Comitato in favore delle vittime, che era presieduto dal sindaco di Monongah, cercò di coinvolgere le comunità italiane sull'intero continente americano, al fine di raccogliere fondi da destinare alle famiglie delle vittime della miniera e di provvedere ai genitori anziani delle vittime celibi. L'intento era di donare 300 dollari ad ogni vedova e 100 dollari ad ogni orfano al di sotto dei sedici anni di età. Molte delle famiglie ivi residenti chiesero di ritornare in Italia, altre di trovare una comunità dove potersi guadagnare da vivere. Molte delle nuove abitazioni dei minatori furono costruite sul versante della collina sopra la miniera. Le rovine delle miniere furono murate.
Nonostante il clamore suscitato all'epoca dai fatti di Monongah, lentamente una sorta di stanca rassegnazione ha fatto sì che di quei fatti si perdesse a poco a poco la memoria e così, mentre alcune comunità hanno mantenuto vivo il ricordo dei loro morti, in altre, come il Molise, quella vicenda è stata per lungo tempo quasi del tutto dimenticata fino a quando Joseph D'Andrea, originario di Roccamandolfi e console onorario di Pittsburgh, decise d'incominciare una ricerca che si annunciava da subito lunga e difficoltosa per tentare di dare risposta ad alcune domande per lui divenute pressanti.
Quanti furono i morti di Monongah? Quanti di questi erano italiani e quanti molisani? E soprattutto, chi erano e di quali paesi erano originari?
La ricerca lo portò a recarsi numerose volte a Monongah dove conobbe da subito il Reverendo Everett Francis Briggs, che ha speso buona parte della sua vita nel tentativo di non far perdere memoria dei tragici fatti di Monongah.
Padre Briggs era anche presidente di una Commissione il cui scopo era la costruzione di un monumento in onore delle vedove di tutti i minatori. La statua, in marmo di Carrara, è stata eretta nelle vicinanze del municipio di Monongah ed inaugurata pochi giorni prima della scomparsa del Reverendo, avvenuta lo scorso dicembre.
Grazie alla ricerca del console D'Andrea oggi possiamo sapere quanti furono, chi furono e da dove provenivano i minatori italiani morti a Monongah. Il dato è impressionante: le vittime italiane di cui è possibile con certezza ricostruire l'identità furono 165, di cui ben 86 provenivano dal Molise.
E il numero sarebbe potuto essere maggiore, se non fosse stato per il fatto che quel giorno, memori sempre delle tradizioni dei propri paesi d'origine, molti minatori non si recarono al lavoro in rispetto della festività di San Nicola.
Le vittime molisane provenivano dai paesi di Vastogirardi, Bagnoli del Trigno, Fossato, Pietracatella, Torella del Sannio, Duronia e Frosolone.
Alto è stato il tributo della cittadina di Frosolone che ha visto ben venti dei suoi figli emigranti morire in quella tragedia.
Nel mese di gennaio di quest'anno, su interessamento del maestro Pardo Di Iorio, il comune di Frosolone ha scoperto una lapide che è stata ubicata sulla facciata del vecchio municipio e che ricorda i morti di Frosolone in quella tragedia. Nel corso del 2007 l'Amministrazione Provinciale di Isernia che ha fin dal primo momento sostenuto la ricerca di Joseph D'Andrea, che lui ha voluto intitolare "Monongah - cent'anni di oblio", organizzerà una serie di eventi per ricordare quanto accaduto.
Io ho la fortuna di conoscere il console D'Andrea, uno dei tanti molisani che si sono affermati con grande onore al di fuori dell'Italia e che ringrazio per aver riportato alla luce uno degli episodi più tristi della storia dell'emigrazione della nostra cittadina e della nostra regione.

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