UN VIAGGIO NELLA STORIA:
100 ANNI DALLA MORTE DI GIUSEPPE MARIA SACERDOTE DE CARLO
di Nico D'Antonio

Capita poche volte di accorgersi del volgere della storia, di misurare distanze con quanto è stato, con personaggi andati e soprattutto, capita poche volte di riconoscere in questi passaggi, una traccia della nostra identità. Generalmente è questa una sensazione che si prova davanti ad un monumento, una chiesa, un ambiente o un contesto significativo. A Frosolone un'emozione del genere si può cogliere in una delle espressioni popolari della nostra comunità, la nostra religiosità. Così, durante il mese di maggio nella chiesa di S. Pietro oppure durante il mese di marzo o nella Settimana Santa a S. Maria, c'è ancor oggi la possibilità di ascoltare, riconoscere, vivere frammenti di un passato solo nostro. Il riferimento va alle composizioni musicali del rettore Giuseppe Maria De Carlo di cui quest'anno ricorre il centenario della morte che la parrocchia ha voluto ricordare attraverso la realizzazione di un concerto e prossimamente con la pubblicazione di un libro sulla sua figura.
Nato nel 1831 dall'artigiano Nicolangelo e Rosa Palumbo, divenne sacerdote nel 1855. Dopo due brevi incarichi come economo nelle chiese di Acquevive e S. Pietro in Valle, fu nominato parroco di S. Pietro Apostolo nel 1858 dove rimase fino alla sua morte nel 1907.
La sua figura accompagna un momento particolare della storia frosolonese. Siamo in una fase di cambiamenti epocali, per nulla lievi, in cui il nostro paese acquisisce il volto e la struttura sociale che oggi ancora sostanzialmente conserva. In questo contesto Giuseppe Maria De Carlo è chiamato a guidare una comunità semplice, tormentata dalla miseria e terrorizzata da eventi catastrofici di cui aveva avuto già un terribile saggio con il terremoto di S. Anna del 1805. In una situazione di estrema difficoltà, il rettore De Carlo, realizza nella sua chiesa progetti e iniziative di vario spettro nella prospettiva della diffusione della fede e della carità attraverso un fervore di opere che non conosce eguali nella nostra comunità. Sin dai primi anni del suo sacerdozio, la chiesa di S. Pietro, sotto il suo impulso, diviene sede di una rilevante serie di associazioni e confraternite: la Pia Società sotto il titolo dell'Apostolato della Preghiera nel 1861, la fondazione dell’Opera della Santa Infanzia nel 1863, la fondazione della Congregazione del Santissimo Cuore di Maria, chiamata anche Pia Unione del SS.mo Cuore di Maria nel 1864 e la fondazione dell'"Opera della Santa famiglia di Betlemme" nel 1876. Uno sforzo pastorale importante con il quale il rettore voleva educare il senso stesso del vivere cristiano.
L'appartenenza a questi sodalizi oltre a comportare pratiche religiose individuali caratterizzate essenzialmente dalla preghiera continua, da offerte, letture, opere di carità e digiuni, era anche contraddistinta da momenti comunitari che il rettore aveva reso centrali nella vita della parrocchia. In questo senso si colloca l'importante festa del SS. Cuore di Maria che viene associata a quella dei titolari SS. Pietro e Paolo a cui ancora oggi fa riferimento l'inno "la diva Immagine" composto dal rettore.
Proprio la musica, il carattere più distintivo della grande personalità di Giuseppe Maria De Carlo, costituisce il linguaggio preferenziale da lui utilizzato nelle nuove formule della liturgia.
Nel 1858 compone "l’Agonia", un pio esercizio per la Settimana Santa. Si tratta di una rappresentazione musicale della scena del Golgota. Otto pezzi musicali per soli, coro e orchestra, intervallati da prediche esplicative, riportano le "Sette ultime parole" pronunciate da Gesù sulla croce accompagnate da un'introduzione. Tema e struttura si ritroveranno, in forma più matura, successivamente nella "Desolata" incentrata invece sulla figura del dolore della Madonna per la morte del Figlio, anch'essa realizzata negli anni '60 del XIX secolo e giunta alle stampe intorno al 1876 - 1877. In entrambe le opere, si può scorgere il gusto musicale popolare del tempo, cui il talento del sacerdote veniva incontro, rivestendo la materia religiosa di forme musicali di derivazione melodrammatica. Sempre a partire dagli anni '60, nell'idea di radicare meglio la già presente devozione verso Maria, soprattutto dopo il riconoscimento del dogma dell'Immacolata nel 1854 da Pio IX, si avvia una produzione di canti mariani interrotta solo dalla malattia degli ultimi anni. Allo stesso modo i canti dedicati al Cuore di Gesù, al SS. Sacramento, a S. Giuseppe, a S. Gioacchino, a S. Francesco e poi ancora messe, salmi e litanie per l'uso liturgico dell'epoca, traducono un senso di religiosità umile, ma sempre corretto ed equilibrato.
Anche gli interventi strutturali della chiesa di S. Pietro in questo periodo, si collocano nella prospettiva di questo sentito fervore popolare. Sin dal suo ingresso nella parrocchia frosolonese, il rettore, non solo riprende i lavori di restauro iniziati dai parroci predecessori, ma ne avvia di nuovi con la costruzione della cappella dell'Addolorata a partire dal 1861, della Santa Famiglia sul finire dell'Ottocento, l'elevazione del campanile, i restauri della facciata (precedente a quella attuale realizzata dal nipote D. Giuseppe M. Trillo parroco successore). Altro fronte, non secondario di intervento, è quello dell'interno della chiesa totalmente rinnovata. Le nicchie laterali con i relativi santi, l'altare maggiore, il lampadario e poi una serie infinita di elementi per il corredo liturgico, nascono sempre nel solco dell'offerta che la comunità fa di sé.
Piccoli passi pazienti di tutti e di ciascuno che hanno fatto la stessa identità della comunità. Così è possibile ancora emozionarsi dinanzi a questo presente/passato. È possibile ancora sentire nel profondo dell'animo, quel senso di religiosità vissuta, fedele compagna di passaggi tristissimi, che il rettore aveva saputo ricreare e indissolubilmente legare alla "Diva Immagine". È ancora possibile riconoscere, nelle note delle "canzoncine" di maggio piuttosto che della Settimana Santa, le figure di molti uomini e di tantissime donne, passate anche da molto, troppo tempo, magari sconosciuti ma ugualmente presenti a noi stessi per essere a noi legati dalle stesse espressioni di fede.
Allora è possibile sentire sulla pelle la propria storia; capire quanta partecipazione e sofferenza e entusiasmo insieme si cela in un'offerta, nel passo di un canto, in una preghiera, in una statua, in una occasione. In quel sentire, che spesso è emozione, si può ritrovare la nostra identità. Questa dunque è la grandezza di Giuseppe Maria De Carlo, l'aver saputo comunicare con la sua gente anche oltre la morte, l'averla accompagnata a Dio nei modi e nelle forme che il suo talento gli rendeva disponibili senza mai una traccia di affermazione personale.
Muore colpito da paralisi polmonare, l'11 aprile 1907.

torna indietro
home