Aspettando l'alba sul Gonfalone
di Silvio Prezioso

La seconda domenica di luglio per tradizione ormai consolidata, ci si reca al Gonfalone: questo monte, simbolo per tanti anni nell'immaginario collettivo paesano, almeno una volta nella vita deve essere raggiunto a piedi dal vero frosolonese per sfatare quel mito che, quando lo si guarda con gli occhi da bambino, sembra una meta apparentemente lontana, troppo lontana da raggiungere.
Purtroppo sono ormai superati quegli anni in cui ci si andava a piedi. Adesso quasi ogni famiglia possiede un fuoristrada, "giocattolo" cult e di tendenza, con il quale il rampante frosolonese raggiunge anche i luoghi più nascosti e impervi della nostra montagna. È il segno dei tempi. Difficilmente si trova ai giorni d'oggi qualcuno disposto, zaino in spalla e bastone scaccia serpi nella mano, a recarsi a scalare a piedi il Gonfalone, già dalle prime luci dell'alba. Quell'alba diventata un'acquisizione ormai tardiva per la maggior parte dei frosolonesi, la cui vita non è più legata al ritmo dei campi.
Per fortuna anche quest'anno qualche nostalgico ha mantenuto la tradizione: è il vecchio habituè inveterato, forse appassionato, ma certamente eroe della conservazione della memoria. La maturità gli ha regalato l'accorciarsi del sonno: con il passare degli anni si dorme peggio e di meno perché sono "i pensieri" che pretendono di più, come dicevano i nostri vecchi, o più banalmente perché è il corpo che pretende di meno. Quindi, per il nostro, svegliarsi presto non è stato poi così difficile. Ha bevuto un caffè guardando la notte scemare e il giorno nascere.
Noi gente di paese siamo fortunati perché dalla nostra finestra ancora possiamo godere della visione dello schiarire degli alberi o della montagna, o rivelarsi pian piano la campagna dalla superficie pianeggiante della nebbia che all'alba sembra accarezzare le valli circostanti. Così, mentre si è incamminato dalle Sorgenti verso l'erta del Gonfalone si è sicuramente commosso nel vedere le vette arrossare per i primi raggi mentre in cielo c'erano ancora luna e stelle: ha assistito a uno degli spettacoli più belli del pianeta.
Ha assaporato la vera alba, quella del risveglio simultaneo del mondo e di noi altri, che cerchiamo con tanta fatica di assecondarlo. Quella freschezza del giorno neonato che è in sintonia con la nostra. E ci contagia. E ci ripulisce.
È l'alba fatta per noi, vecchi nostalgici conservatori e malinconici. È l'alba che ormai non si confà più alle nuove generazioni; quell'alba attesa al termine della notte, svegli, febbrili: l'alba dei giovani, dopo la discoteca o il pub o amori notturni. Ma questa è un'alba conclusiva che perde il suo umore segreto e miracoloso, che è quello dell'inizio, del rinnovamento: è quell'alba che ti prende alle spalle, come del resto la vita.
L'alba parla piano, l'alba è gentile. Non impone, al massimo suggerisce. I colori e i rumori non sono ancora bruschi. Poi se l'alba ti coglie quando sei in aperta montagna dove l'unico rumore a quell'ora può provenire da un uccello notturno o dal latrato di un cane insonne che è appena un respiro remoto, allora quelle sono tracce di una impossibilità davvero imprevista, quella di rinascere.
E solo quando si è colto quell'istante, si è respirato quel silenzio, ci accorgiamo che ci si è fatti del bene.
E allora con un occhio di riguardo al vecchio che è salito a ricordarci la strada per i monti, sogno la mia alba ideale: in una casa di montagna, d'estate, con un maglione addosso, camminando sul prato, cercando di respirare il profumo del mondo. Rimandando ogni decisione a qualche ora più tardi, quando il sole è già tiepido, il tempo si rimette in moto e la vita ricomincia a consumarti.
E nel mio sogno inserisco uno spassionato consiglio: date retta, svegliatevi presto. Per dormire c'è sempre tempo. È il tempo per vivere che è contato, cerchiamo di contarlo almeno una volta all'anno in sintonia con la nostra vecchia, cara montagna.

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